Synth Cafè intervista: Maurizio Di Berardino

“Mi sono appassionato all’uso dei computer per fare musica nel 1999, suonavo la batteria ma avevo una forte attrazione per synth ed expander. C’era ancora Cubase Magazine, che per alcuni anni è stata la mia fonte primaria di apprendimento su MIDI, sequencer, drummachine, campionatori, schede audio. Poi ho cominciato ad andare da uditore alle lezioni di Musica Elettronica in Conservatorio e venni a conoscenza di Max\MSP e Cps, software quest’ultimo che appartiene alla categoria del linguaggi visuali cui appartengono anche Max e PureData, ma che non è più sviluppato da tanti anni. Cominciai ad ascoltare musica di compositori come Stockahusen e Cage, Berio e Risset. Era tutto così nuovo ed entusiasmante! Poi la mia strada si è allontanata dalla musica per alcuni anni, fino a quando nel 2013 sono tornato tra le braccia di Euterpe e mi sono iscritto al corso di Musica Elettronica ad indirizzo Compositivo al Conservatorio “A. Casella” di L’Aquila, dove tutt’ora studio.”

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S.C.: Ciao Maurizio, come molti sanno, Pure Data è un progetto open source. Quanto c’è di Maurizio nella filosofia Open source? Ho visto che rilasci i tuoi progetti senza farti troppi problemi.

M.B.: Ciao Luca, innanzitutto permettimi di ringraziarti per questa intervista, è un piacere poter condividere un pezzettino di me e del mio percorso. Direi che c’è molto della filosofia open source nel mio modo di rapportarmi al mondo del software e all’approccio creativo. Il free software ormai è una realtà consolidata, tutti noi usiamo programmi di questo genere, dalle DAW ai VST\AU, dai compilatori per la programmazione alle suite da ufficio, ecc. Quello che rilascio secondo questa filosofia e sotto relative licenze è frutto di un atteggiamento di condivisione delle conoscenze, attraverso i tutorial e le patch relative. Diciamo che la mia parte open source viene fuori nella didattica, nella ridistribuzione di conoscenze acquisite, a favore di altri che possano usarle e ridistribuirle a loro volta per far crescere la base conoscitiva su alcuni argomenti importanti, come ad esempio l’uso di PureData. Quando realizzo una patch che penso possa essere utile ad altre persone, la documento tramite tutorial, spiegando come realizzarla, come funziona, quali sono le conoscenze necessarie a comprenderla. Altre cose invece le custodisco fin quando sia riuscito ad esplorarne il potenziale e a capirne davvero la natura. C’è molto del mio lavoro che segue altre strade, come ad esempio la realizzazione di musiche con la Visionary Robots Industries, con cui dallo scorso anno abbiamo cominciato un percorso di composizione e produzione di musiche per immagini.

S.C.: Parlaci del tuo gruppi di lavoro “Visionary Robot Industries”: chi siete? cosa fate?

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M.B.: Ho fondato la Visionary Robots Industries nel 2017, è un gruppo di lavoro con cui ci occupiamo di colonne sonore e musica per immagini e spettacoli, insieme a mio fratello Luca e un altro musicista che ormai consideriamo un terzo fratello, Roberto Bisegna. Luca è chitarrista elettrico e liutista, passa serenamente da Hendrix a Dowland e Scarlatti, ma ha anche competenze nell’uso di strumenti elettronici. Roberto è un chitarrista classico, ma il Rock Progressive scorre potente nelle sue vene! In generale abbiamo un punto di unione nell’essere avidi di musica che spazia in vari generi, e la formazione diversificata che ci contraddistingue fa sì che ci sia complementarietà e integrazione nelle cose che facciamo. È bello lavorare con persone che hanno punti di vista e percorsi diversi, ci si arricchisce a vicenda. La scelta di lavorare in gruppo deriva dal fatto che sono fermamente convinto che la figura del singolo compositore, del personaggio unico, sia un percorso sempre più difficile da seguire. Noi siamo agli inizi, la strada pertanto è ancora molto lunga e impegnativa. Credo che il lavoro di squadra sia il modo migliore per poter affrontare questa professione in un mondo della Musica sempre più complesso e articolato come quello di oggi.

S.C.: Ad oggi, quali sono le potenzialità e i limiti di Pure Data? Come credi che sarà Pure Data in futuro?

M.B.: È per me difficile rispondere sul futuro di Pd. Il fatto che ne esistano ora tre versioni (distribuzioni) diverse e attivamente mantenute fa sperare che diventi sempre più presente nell’attività dei musicisti e dei centri musicali, sia accademici che non, di compositori e suonddesigner in tutto il mondo. La versione Vanilla è sviluppata dal suo creatore, che è anche il creatore di Max\MSP, Miller Puckette. Poi c’è PurrData, sviluppata e mantenuta da Jonathan Wilkes and Albert Graef per la Linux Laptop Orchestra (L2Ork) del Virginia Tech Music Department Digital Interactive Sound & Intermedia Studio’s (DISIS). La terza distribuzione invece è del CEAMMC, il Moscow Conservatory’s Centre for Electroacoustic Music. Queste ultime due sono molto interessanti e rimpiazzano Pd-Extended, che purtroppo è abbandonata dal 2014. Credo che limiti Pd non ne abbia, quantomeno non come possibili utilizzi. Come software le limitazioni che possono pesare ad un utente musicale medio nella versione Vanilla, vengono superate dalle altre due distribuzioni. Come potenzialità siamo davvero in un campo aperto. C’è ad esempio il progetto libpd, che consente di sviluppare versioni embedded di Pd. Ci sono progetti come l’OWL della Rebel Technologies, che esiste sia in versione pedale stomp per chitarra che come modulo per modulari. Ha varie connessioni e pot e tramite una porta usb si caricano direttamente le patch fatte in Pd. Come software invece c’è Camomille di Pierre Guillot, che consente di usare Pd per sviluppare plugin VST\AU. Ci sono anche DAW che integrano Pd direttamente nel set di funzioni di base, come ad esempio l’italiana n-Track Studio. E si potrebbe ancora continuare parlando di quelle librerie esterne che consentono di usare qualsiasi dispositivo usb class compliant come controller musicale (ad esempio i joystick e joypad), librerie per usare controller Kinect, oppure la comunicazione con Arduino che apre il mondo dell’elettronica DIY. In questo senso anche l’uso di Raspberry Pi è sempre più diffuso. Sicuramente un punto di forza è il fatto che si tratta di free software ed open source, aprendosi così ad infinite potenzialità di sviluppi futuri e personalizzazioni. Pensa alla didattica, un software gratuito e stabile come Pd per insegnare la musica elettronica (ma non solo, anche il sounddesign e la fisica del suono) si rivela importantissimo per le generazioni più giovani. Inoltre la community che vi ruota intorno è attiva e in costante crescita, quindi è facile trovare supporto da altri utenti, idee, spunti e soprattutto confronto e dialogo.

Ora sono cinque anni che studio e lavoro con PureData, e scopro sempre nuovi oggetti – e abbondanti librerie esterne – e possibili utilizzi. Lo uso per comporre musica in maniera estensiva e per fare installazioni. Una di queste, “Wooden Voices”, preleva il suono di elementi lignei che cozzano fra di loro, lo elabora con linee di ritardo e una tecnica che viene chiamata “micromontaggio”. Il risultato è una specie di coro, il legno sembra cantare.

S.C.: Sintetizzatori hardware: ne usi qualcuno? Quali sono gli strumenti “tastabili” che hai avuto? PureData e Max/MSP hanno una concezione “modulare”. Non ti sei mai avvicinato al mondo del modulare hardware?

M.B.: Sì ne ho diversi. Le macchine fisiche sono meravigliose, le adoro! Il mio primo synth è stato uno Yamaha DX7 che ho ancora e di cui sono innamorato, comprato che avevo vent’anni. Poco dopo comprai una BOSS Dr660, ero un batterista e cercavo un metronomo per studiare e suonare dal vivo, ma una persona a me cara mi diede uno di quei consigli che ti restano per tutta la vita: “spendi qualcosa in più e comprati una drummachine, così hai anche la possibilità di farti le basi di percussioni, studiare diventa più divertente”. Anche “Eddie”, come la chiamo in onore del mostro dei Maiden, è ancora davanti a me nel mio studio. Poi mi piacciono i campionatori e gli expander a rack, riempirei un hangar! Ho tre expander Roland e un campionatore Yamaha A5000. Come tastiere un D50, un Crumar T1/C e un MikroKorg.

Per quanto riguarda il modulare l’interesse è molto forte, ho cominciato il mio percorso, ma sono ancora a tre soli moduli, è un mondo davvero a parte, bisogna avere non solo budget ma anche tanto tempo per sperimentare ed immergersi nei meccanismi che lo governano. Intanto faccio pratica con VCV-Rack, che è un progetto davvero molto interessante! Ci sono anche poi altre esigenze che mi hanno distolto dal continuare l’assemblaggio del modulare fisico, come ad esempio il dovermi dotare di buone librerie orchestrali per lavorare con Visionary Robots Industries.

S.C.: Quale synth ti piacerebbe avere? Diciamo un “vorrei ma non posso”

M.B.: Un sistema modulare synthesizer.com, o comunque con moduli 5U. Mi piacerebbe anche essere in grado di poter costruire moduli da solo, ma al momento mi limito a qualche piccolo progetto con Arduino. Spero col tempo e con l’impegno di realizzare qualche progetto utile ed interesante. Poi sono molto attratto in generale dai synth a rack, che si tratti di sintetizzatori o di expander o di campionatori, mi piacerebbe molto avere degli Akai serie S e i Roland JD e JV. Mi piacerebbe anche un Nord Modular, anche se un Axoloti oggi molto probabilmente riesce a sopperire adeguatamente. Un altro “vorrei ma non posso” è rappresentato dagli Studio Electronics, sia gli strumenti a rack che i sistemi modulari. In generale devo dire che non ho fissazioni particolari, considero gli strumenti appunto “strumenti”, quindi niente diatribe tra analogico e digitale o costoso vs economico. Se suona bene e mi è utile, allora è ottimo e lo voglio! Inoltre sono un accumulatore seriale, quindi, potendo, acquisterei di tutto!

S.C.: Hai mai tenuto dei corsi, workshop, lezioni?

Prendo molto seriamente la responsabilità di passare conoscenze ad altri, e finora ho temporeggiato per poter avere tempo sufficiente per consolidare le mie conoscenze e sviluppare un percorso che potesse essere appetibile per i neofiti e per chi non ha grande dimestichezza con Pd, ma che non penalizzasse la correttezza delle informazioni e delle conoscenze. In questo è stato fondamentale scrivere il blog “Muselectron” e ricevere il feedback di molti utenti che mi contattano per farmi domande e avere consigli. Da quest’anno inizierò a tenere workshop su PureData, soprattutto per chi è agli inizi.

S.C.: Come vorresti vedere in futuro Muselectron?

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M.B.: “Muselectron” vorrei potesse diventare una risorsa di facile accesso per chi muove i primi passi con PureData. Nonostante sia un software con un buon numero di anni sulle spalle, la comunità di utilizzatori è in grande crescita recentemente, ma le risorse di apprendimento non sono così abbondanti come per altri software simili, soprattutto in lingua italiana. Negli ultimi tempi sempre più musicisti si stanno interessando alla programmazione e quindi anche a Pd. Mi piace poter pensare che il mio piccolo contributo possa avvicinare sempre più persone all’uso di Pd, e i contenuti del blog sono rivolti proprio a coloro che hanno poca esperienza o che non hanno mai messo le mani su un linguaggio visuale. Ho attivato anche l’omonimo canale YouTube, che verrà presto popolato sia di video che faranno da materiali complementari agli articoli scritti, sia di tutorial veri e propri. Vorrei riuscire a mantenere entrambi i formati – scritto e video – poiché non a tutti piace guardare video, e non a tutti piace leggere. Entrambi i formati hanno i loro pregi, io quando cerco tutorial per apprendere a mia volta li trovo comodi entrambi.

S.C.: Hai mai proposto un corso di pure data in una qualche università? Pensi che l’ambiente accademico sia preparato a queste cose? Un corso di pure data potrebbe essere affascinante anche per i più giovani: si unisce la musica alla matematica e alla logica.

M.B.: Pd viene già regolarmente insegnato in moltissimi centri accademici in tutto il mondo, io stesso ne sono venuto a conoscenza poiché uno dei miei docenti lo ha proposto come alternativa a Max\MSP per i programmi dei suoi esami. Inoltre è proprio dall’ambiente accademico che nascono entrambi, sia Pd che Max, anzi, il primo motore audio di Max era quello di PureData, poi riscritto. Inoltre PurrData e Pd-CEAMMC sono sviluppati e mantenuti da centri universitari, quindi direi che al momento c’è la necessità inversa, cioè di far uscire Pd dall’ambiente accademico e portarlo nel resto del mondo. Che poi è l’intento con cui scrivo Muselectron. Sono assolutamente d’accordo riguardo le generazioni più giovani: è un investimento che può ripagare sia in termini creativi che umani.

S.C.: Secondo te, focalizzarsi su software così potenti, non è rischioso dal punto di vista creativo? Se da un lato la libertà è massima, non c’è il rischio di perdersi in manierismi tecnici? Come trovare il giusto bilanciamento tra creatività e tecnologia?

M.B.: Il rischio di innamorarsi di un suono un po’ “stinfio”, soprattutto i primi tempi, che però è stato frutto di grande fatica di studio e apprendimento c’è, ma come per tutte le macchine e le tecnologie che si usano è sufficiente una copiosa dose di autocritica, confrontarsi con altri compositori e artisti, ascoltare tantissima musica e studiare la storia per uscire dalla fase iniziale e cominciare a suonare la macchina invece di “farsi suonare dalla macchina”.  È una fase che ho passato ovviamente anche io, resti per giorni invischiato nel codice, negli algoritmi, nella scoperta dei moduli e delle loro funzioni, ti godi compiaciuto i meccanismi che riesci a mettere in piedi e dai poca importanza al fatto che il risultato sonoro o musicale sia banale o proprio brutto. Ho buttato un sacco di pernacchie sgraziate i primi mesi! Quando si lavora con questo tipo di linguaggi visuali il rischio di diventare più “ingegneri” che musicisti c’è, ma sono convinto che non sia affatto un pericolo, anzi, rappresenta un potenziale positivo e utile. Pensa ad esempio a J. C. Risset, che era sia un fisico che un musicista, uno dei grandi compositori del ‘900. Acquisire competenza con software come PureData o Max\MSP o anche Axoloti richiede studio e tempo, per raggiungere conoscenze che all’apparenza non hanno nulla a che fare con la musica, sono molto scientifiche. Sono però necessarie, e quando cominci a padroneggiare discretamente il linguaggio e la tecnica, la creatività torna a bilanciarsi quasi automaticamente. È un processo fisiologico che richiede il suo tempo, ma ripaga ampiamente! Dopotutto, maggiore è il grado di libertà che si desidera, maggiore è lo sforzo che bisogna fare per conquistarsela.

S.C.: Arrivo dall’Accademia delle belle Arti: PureData ha un fascino anche nella sua veste grafica, così minimale. Mi ricorda un po’ un certo minimalismo degli anni Settanta. Segui artisti che usano i software per le loro opere d’arte? Mi viene in mente Monolake con il progetto “Atlantic Waves”

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M.B.: Ci sono ormai tantissimi artisti che fanno uso di software per la creazione di opere, sia musicali che audiovisive o visive. La prima cosa che mi viene in mente è l’arte generativa e tutta l’arte 3D e la modellazione, sia per videoclip che per opere astratte, quindi anche minimalismo. Poi penso all’animazione e quei progetti che fanno uso di sensori e motion capture per catturare coreografie per riprodurle con modelli astratti, o anche al projection mapping. Anche in questi contesti viene spesso usato Pd, sia per l’audio che per la parte visiva, sia in contesti di performance che di realizzazione di video. “Atlantic waves” è un progetto interessante, e dimostra come si possa fare proficuamente uso di internet e della tecnologia di rete a fini performativi e creativi. L’interfaccia grafica di Pd è considerata da chi lo approccia per la prima volta terrificante e intimidatoria proprio per la sua estrema essenzialità, io trovo il suo essere spartano e minimale di grande aiuto nel mantenere la concentrazione sulle patch, sugli algoritmi e sulle idee creative. Ti dirò di più, quando sviluppo una patch complessa e mi trovo davanti un problema relativo ad una porzione di essa, creo una nuova patcher window e sviluppo quella sezione in maniera indipendente, proprio per fare “vuoto”, per isolare il problema ed affrontarlo di petto. Quello che all’inizio spaventa, più tardi diventa di conforto e di grande supporto una volta presa dimestichezza. È una sorta di pratica zen, scherzosamente potremmo dire: “Lo Zen e l’arte di fare patch in Pd”!

S.C.: Che musica ascolti? Cosa ne pensi della scena musicale elettronica italiana?

M.B.: Potrei farti centinaia di nomi, dalle Rock band classiche e storiche a gruppi che hanno fatto un solo album, da compositori che in generale inseriamo nel calderone della Musica Classica e Barocca, fino ai compositori contemporanei, e via di Jazz, Rock Progressive, Ambient, Glitch, Minimalismo, Trip Hop (Massive Attack e Bjork su tutti) e potrei continuare fino ai meandri oscuri del Blues e del Tango Argentino. In generale ti posso dire che sono estremamente curioso, mi piace scoprire cose nuove e riscoprire i classici – sono cresciuto con Pink Floyd, Genesis, PFM, Deep Purple, Dire Straits, Yes, Led Zeppelin, Frank Zappa e mille altri – mi piace immergermi in nuovi album e ascoltarli più volte per scoprirne ogni volta qualche dettaglio nuovo, ma tendo anche a passare intere settimane con lo stesso brano a ripetizione. Della scena italiana conosco però poco, ci sono artisti come Plaster che seguo molto, e frequentando il Conservatorio entro in contatto con colleghi di altri istituti italiani che fanno cose molto interessanti. Devo sinceramente confessarti che sono stato per lungo tempo “esterofilo”, non per supponenza o disprezzo, ma per inclinazione e gusto. Però sto cercando di recuperare e rimediare!

S.C.: Frequenti le fiere dedicate al mondo dei sintetizzatori? Quali sono secondo te le più interessanti?

M.B.: Quando posso sì, con grande piacere! È bello poter toccare gli strumenti con mano, sentirli, averne una percezione fisica. Ma è anche bello incontrare persone, conoscersi, scambiarsi pareri e sviluppare contatto umano. Credo che le più interessanti siano quelle non troppo grandi, magari legate anche a festival o performance, dove ci si incontra non solo per le macchine e la tecnologia, ma anche per godere di arte e creatività.

S.C.: Cosa ne pensi dei social?

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M.B.: Credo che i social rappresentino un grande potenziale per la diffusione di cultura e “know how”. In particolare per la musica è stata per me un bellissima scoperta Synth Cafè, c’è sempre una bella atmosfera e le persone sono sempre pronte a darsi una mano condividendo saperi ed esperienze. Mi sembra quasi una gigantesca band del liceo, dove si suonava insieme, ma si era anche amici e ci si passava Musica, cataloghi di strumenti, articoli e in generale si cresceva insieme. In senso generale credo che siano una tecnologia che ancora stiamo cercando di capire e di accettare, non ci sono precedenti nella storia dell’umanità. A costo di dire una banalità, credo fortemente che una tecnologia diventi “buona” o “cattiva” in base all’uso che se ne fa. La bontà e la cattiveria sono nell’uomo dietro la macchina, non nella macchina stessa. Tornando alla Musica, in generale credo siano una grande opportunità di conoscenza e crescita, dovremmo diffondere ed insegnare alle nuove generazioni questo atteggiamento positivo e costruttivo.

(Un ringraziamento a Maurizio Di Berardino)

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