Synth Cafè intervista: Lo Sceriffo Lobo

Lo Sceriffo Lobo (Marco Rabingum) l’ho conosciuto prima su Synth Cafè, poi ci siamo visti per caso a MIlano durante un Synth Day. Scrive magiche canzoni in italiano e le circonda di suonini sintetici creando uno strano ibrido tra melodie pop punk, suoni chiptune e synth pop, testi anomali tra il surreale e il troppo reale, brevi e ripetuti all’infinito. Dagli esordi a metà anni 2000 ha sempre seguito la sua testa che lo ha portato a pubblicare 8 dischi autoprodotti o supportati da piccole e storiche etichette indipendenti. I suoi live in duo stupiscono il fantastico pubblico per l’approccio anomalo al palco, caratterizzato da un confronto diretto con gli astanti e uno bislacco atteggiamento decisamente poco rock.

Synth Cafè: Parliamo di te e di chi è Lo Sceriffo Lobo. Per ogni cosa ci sarebbe da chiedere “perchè?”:D

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Lo Sceriffo Lobo: Io sono un giovane/vecchio di 36 anni. Quella del giovane/vecchio è una categoria piuttosto nuova. Onestamente non so dire se mi faccia piacere farne parte ma, in fin dei conti, non me la passo così male quindi procedo per la mia strada costellata di responsabilità e bollette ma anche di videogiochi e birrette.

Lo Sceriffo Lobo è il mio alterego musicale. Tutto è iniziato pigiando a caso su una vecchia versione di Magix Music Maker tanti anni fa: mi sono ritrovato quel programma sul pc e senza alcuna intenzione particolare ho iniziato a giocarci partendo proprio da zero sotto tutti i punti di vista scrivendo semplici basi e cantando i testi che mi venivano sul momento. Non avevo alcuna consapevolezza di quello che facevo, nessuna visione in prospettiva, giocavo e basta.

Di questa fase oggi credo di aver mantenuto l’atteggiamento ludico ma ho aggiustato il tiro su alcuni punti. Ho capito cosa mi piacerebbe ottenere e ho cercato di capire come ottenerlo. Ho studiato un pochino anche il lato produttivo perchè ritengo che in un progetto in cui una sola persona fa tutto sia molto importante avere un minimo di controllo anche sulla gestione dei suoni e non solo sulla scelta degli stessi, la scrittura ecc. Il risultato è lo-fi ma senza forzature eccessive, approccio che cerco di applicare anche all’uso di suoni che rimandano all’8bit. Non mi interessa percorrere una strada netta, scegliere un approccio e percorrerlo alla lettera. Preferisco ambire a trovare una sintesi tutta mia utilizzando gli elementi che mi piacciono in un dato momento. Ad esempio, all’inzio il progetto prevedeva anche una chitarra elettrica pop punk ma è una cosa che al momento non mi interessa più usare. Credo però che nella scrittura sia rimasta in parte quell’attitudine mischiata a tutte le altre e l’idea di un suono pop punk senza chitarre mi piace.

S.C.: Come è nata l’idea di comporre testi così surreali?

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L.S.L.: In maniera del tutto casuale o, meglio, assecondando le mie stranezze. Questo modo di scrivere fa un po’ parte di me, del mio modo di parlare e di confrontarmi con gli altri. Si è trattato solo di renderlo progressivamente sempre più fruibile. Questo è il punto più importante: la difficoltà maggiore che incontro a proporre un progetto così personale è che spesso molte persone che non mi conoscono non mi capiscono. Io non ho interesse a parlare a pochi, mi piacerebbe riuscire ad arrivare a più persone quindi sto cercando in qualche modo di essere più compensibile. Anche perchè se ti capiscono in pochi non vuol dire necessariamente che tu sia un fottuto genio ma, molto più probabilmente, che non lavori bene. Ci vogliono capacità importanti per riuscire a dire le tue cose a tuo modo senza seguire le mode (indie o mainstream che siano). Per farlo credo si debba scrivere pensando anche a come ciò può essere letto da terzi. Per questo da testi fortemente surreali criptici oltre l’assurdo (“ho i pantaloni umidi”, “io ballo ma le piante no”) sono passato a qualcosa di più concreto ma pur sempre surreale (“il software che mi hai regalato è bellissimo, occupa tutta la memoria, anche un po’ di più”).

S.C.: Che strumenti utilizzi solitamente nei tuoi brani? penso che tu abbia una certa preferenza verso i suoni 8 bit e un pò lo-fi.

L.S.L.: In fase compositiva non riesco ad abbandonare la comodità del computer anche se a volte si rivela un’arma a doppio taglio. Con gli strumenti reali generalmente hai più limitazioni sia pratiche che timbriche e in alcuni casi (vedi synth tipo il microbrute) anche di ripetibilità. Con una DAW e strumenti virtuali puoi riprendere in mano qualsiasi progetto anche dopo mesi, ritoccare, spostare, togliere senza andare in difficoltà. Senza parlare di cablaggi e organizzazione dello spazio. Di contro, c’è il rischio di trascinarsi dietro progetti per mesi quindi bisogna fare attenzione e magari fissarsi dei termini per non uscire di testa. Inoltre, con molti vst bisogna curare i suoni per fare in modo che non suonino troppo finti. In ultimo, avere accesso a così tanti vst diversi rischia di farti perdere di vista il fine ultimo del progetto, nel mio caso scrivere canzoni. Per questo ultimamente ho deciso di fare un lavoro di cernita e utilizzare pochi plug-in per potermi concentrare su ciò che mi interessa e non perdere ore ogni volta a sceglierne uno diverso.

Entrando nello specifico, tendo ad usare per lo più suoni semplici perchè li trovo più adatti a ciò che ho in mente. Inoltre è più facile rendere meno finto e più compatto un mix con suoni non troppo elaborati. Uso anche vst 8bit (Syntendo, Bleep e quelli di Tweakbench): sarebbe decisamente più figo usare hardware 8bit ma visto che il tempo è tiranno preferisco spenderlo nella fase di composizione piuttosto che perderlo su sequencer rigidi come quelli di un Gameboy. Ho una Gameboy Camera con il suo programmino nascosto bellissimo ma è roba davvero troppo rigida per le mie tempistiche.

 

 

 

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Comunque, nonostante usi soprattutto il pc, devo ammettere che anche io sono stato violentato dalla GAS che mi ha portato ad avere attualmente un bel po’ di macchinette (Microbrute, Mopho x4, Nord Micromodular, Korg Microsampler, Yamaha shs10, PO Teenage Engeneering, Korg Monotron, Roland MC 505 ecc), tutte fortemente caratterizzate. Si tratta mediamente di strumenti piuttosto semplici e diretti, in alcuni casi anche strambi. Non saprei cosa farmene di un synth da sound design, un mondo interessantissimo ma che necessita di applicazione e interesse specifico.

S.C.: Ci siamo incontrati a Milano qualche tempo fa, e parlando un pochino mi hai detto che dal vivo non sei solo ma hai un “socio”.

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L.S.L.: Ho cambiato diverse volte il mio live nel corso degli anni. La natura ibrida del progetto (elettronico ma basato su canzoni brevi) mi ha sempre posto davanti a questo dilemma: come proporre le mie canzoni dal vivo? Ho scartato da subito l’idea di fare un live in cui costruisco i pezzi in tempo reale: i miei pezzi durano un paio di minuti e, se dovessi mettermi a suonare una parte per volta e poi mettere tutto in sequenza, perderei troppo tempo e snaturerei il senso del progetto. Inizialmente mi portavo dietro una roland mc505 sulla quale avevo caricato tutta la scaletta del live sottoforma di singole song. Sulle basi così prodotte suonavo un microkorg e una chitarra elettrica. Visto che però non interagivo molto sull’mc505 perchè già impegnato a cantare e suonare ho deciso di passare direttamente alle basi in wav (che mando con un mini kaoss pad 2). Per rendere il tutto più partecipato, meno karaoke, ho chiesto aiuto ad un amico (Hamilton Bonanno) e così dal vivo ci sono due voci e due synth (roland jx-03 e microkorg) in aggiunta alle basi. Io uso il jx-03 con la sua tastiera e mi ci trovo davvero bene. Per il live è comodissimo (leggero e piccolo), hai la polifonia quindi puoi fare anche parti con accordi e hai accesso diretto a quasi ogni parametro. Capisco le critiche su questo oggetto sotto il profilo della qualità costruttiva e del suono, per non parlare della discutibile opera di emulazione di synth datati che fa un po’ pacchiano, ma suonando un po’ in giro magari anche in situazioni sbilenche e facendo canzoni che puntano più sull’impatto che sulla cura minuziosa dei suoni sono davvero molto soddisfatto.

Tornando nello specifico alla tua domanda, suonare in due è molto più divertente: sia durante il concerto che nelle fasi precedenti o successive avere un altro soggetto con cui interfacciarsi e con cui condividere gioie e mal di testa non è affatto male. I risultati dopo il rodaggio sono decisamente positivi anche se qualcuno sostiene che il live in solo raggiunga il suo apice di particolarità. Però uno dei motivi per cui ho fatto questa scelta è proprio di rendere più normale, più comprensibile il live e sta funzionando. Nel 2019 cercheremo un po’ di date in giro per l’Italia per pubblicizzare il nuovo ep che uscirà a fine 2018. Quindi, se ci fossero soggetti interessati ad organizzare un nostro live (dal locale al teatro alla casa privata allo scantinato), siamo pronti e siamo super (più o meno)!

S.C.: A proposito, ci parli ancora un momento delle tue ultime novità presenti e future?

L.S.L.: Ultimamente è uscito un nuovo video, girato da un amico che fino ad un annetto fa non conoscevo nemmeno. E’ comparso ad un mio concerto ed ha reagito con molto entusiasmo. Praticamente fin da subito mi ha proposto di fare il video de “il software che mi hai regalato” tratto dal mio ultimo disco. Come spesso succede nell’ambiente della musica sotterranea, si diventa amici facilmente anche perchè si condividono spesso interessi e si ha a che fare con persone che in qualche modo fanno attività creative e bevono birrette. Lui, Kate Bosone, suona, fa video, fa veleggiare barche, roteare ruote ed altre cose di questo genere. Con poche risorse siamo riusciti a tirare fuori qualche eccellente minuto di situazioni storte e psichedeliche, alcune girate in casa ed altre in giro nella nostra città (Genova) e ci siamo divertiti molto.

Nel frattempo, nelle mie calde ferie estive passate drammaticamente a casa ho approfittato della libertà dal lavoro per fare un altro video e un nuovo ep che usciranno credo a fine anno. Sono super soddisfatto del risultato quindi invito tutti a seguire la mia pagina facebook per i futuri sviluppi di questa simpatica avventura.

 

 

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