Synth Cafè Intervista: Alberto Gusi (Ronen)

A.G.: Ciao! Prima di tutti lasciatemi ringraziare Luca, il buon presidente di Synth Cafè, per questa bellissima occasione di dialogo. Prima di leggere quest’intervista, se non lo avete fatto, andate a vedere tutte le cose buone fatte da lui e tutto quello che ha dato alla community, che ne vale assolutamente la pena 🙂

S.C.: Grazie Alberto!:D

A.G: Cominciamo. Da che cominciamo?
Beh, direi che potrei dire due paroline su chi diavolo sono io. Ma proprio due, così non v’annoiate.

Mi chiamo Alberto, in arte Andrea Ronen. Ronen perché vuol dire canzone in ebraico, e Andrea perché sotto sotto sono una donna mancata. Sono della classe del ‘95 e abito a Marostica, un bel paesino sotto i colli alpini in provincia di Vicenza famoso per la partita a scacchi viventi.
Vengo da una famiglia di amatori della musica, che mi ha dato tutte le radici di amante dell’audio per essere quello che sono ora. Dalla madre ho acquisito la passione per la musica leggera italiana, passando da Battisti, Mina e Celentano, mentre dal padre ho preso l’amore per il buon rock di anni ‘70. Sono cresciuto a pane e Black Sabbath, e la cosa mi riempie di orgoglio.

Alla veneranda età di 8, sotto inestimabile spinta dei miei cari nonnini, ho intrapreso lo studio del pianoforte. Ebbene sì, lo ammetto: ho avuto una breve infatuazione per Giovanni Allevi; devo avere ancora il suo autografo da qualche parte, mannaggia.
Qualche anno dopo, un mio caro amico mi ha introdotto all’oscuro e affascinante mondo della produzione musicale casereccia sotto forma di FL Studio, conosciuto allora con il professionalissimo nome di Fruity Loops, e quindi alla sintesi sonora. Attraverso piccole e acerbe produzioni originali, in salsa per lo più hardstyle e hardcore (ricordo ancora una produzione hardcore fatta ad omaggio di Richard Benson dai chop vocali imbarazzanti), ho passato gli anni ad affinarmi, provando a comporre e produrre in decine di generi e stili diversi.

D’un tratto, l’illuminazione. E qui alcuni di voi mi odieranno. Per puro caso scorgo un video di un tale Alessandro Cortini, dai toni cupi e dal sound apocalittico e desertico. Da lì, come nella scena dello Star Gate dell’Odissea Nello Spazio, mi si è letteralmente aperto un mondo. Caterina Barbieri, Abul Mogard, Fennesz, Colin Benders, Floating Points, r beny, Menq Qi; la musica elettronica non era solo uno sforzo compositivo mouse-e-tastiera, no, era un fenomeno organico di strani strumenti con cavi e luci affascinanti che non avevo mai visto prima d’ora! Nella mia ignoranza di giovincello *bedroom prodiuser* credevo che il mondo fosse nei vst, e che i sintetizzatori hardware fossero solo una reminiscenza del secolo scorso. E invece ecco che mi si apre un mondo esoterico pronto da essere sviscerato e adulato quasi come una divinità.

I primi tentativi sono stati un po’ disastrosi, ecco. Prima con uno Yamaha AN-1x preso in un negozietto di Montebelluna, sul quale ho “buttato” mesi per provare inutilmente a programmarlo, e poi un divertente ma limitatissimo esperimento con il boutique Jupiter della Roland e un pedalino a riverbero Polara. Intuivo che fossero strumenti musicali, ma nel loro singolo mi risultavano solo essere dei brevi passatempi indirizzati quanto più al suono di per sé, e non alla musica in senso lato. Chiaramente era un limite mio, poiché (e Synth Cafè ne è prova tangibile) è pieno zeppo di persone che riescono a tirarci fuori dell’incredibile. Le performance di Gattobus, ad esempio, mi lasciavano e mi lasciano tutt’ora senza fiato.

Nel mentre proseguivo gli studi. Nel 2015 mi sono diplomato alla SAE Institute di Milano in Audio Production, ed allora ho fatto svariati lavoretti sia come fonico che come compositore e produttore.
Ma mancava ancora qualcosa; sapevo che dovevo continuare la mia ricerca di strumenti musicali sonori. Ed ecco che, nell’estate scorsa, trovai un video illuminante, il primo della serie Modular on the Roof. Oibò, e che cos’è questa magnificenza, mi chiesi? Da una lunch-box modulare con a malapena un Intellijel Atlantis, un delay e un Korg SQ-1 si può tirar fuori cotanta bellezza?

Ed ecco che siamo ai giorni nostri, con il lancio di “Limitazioni”, il primo EP fatto interamente con un setup modulare e la prima opera “hardware” in assoluto di cui vado fiero. A questo si aggiungono e si aggiungeranno un sacco di uscite, nella continua ricerca di un prodotto sonoro che sia innanzitutto musicale e affine a quello che sento. A breve porterò questa ricerca per la prima volta dal vivo, e il cuore mi ci scoppia di gioia.

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Alberto Gusi “Ronen”

S.C.: Alberto, grazie per il tuo tempo! Il passaggio dal computer al modulare è un passo che non tutti  fanno, ci sono delle vie intermedie ma tu sei andato dritto al modulare. Come mai? È stato un passaggio liberatorio credo.

A.G.: Assolutamente. I miei tentativi con synth a “circuito chiuso” sono stati difficili, ma illuminanti. Sapevo di avere bisogno di uno strumento elettronico, ne sentivo proprio la mancanza fisica. Ma quei tentativi si erano rivelati fallimentari.
La rivelazione è arrivata vedendo i livestreams di Colin Benders. Lui, dopo credo più di 7 anni di ricerche e acquisti, è arrivato ad utilizzare il suo sistema modulare quasi come se fosse una DAW. Nelle sue tracce, in salsa quasi EDM, ho visto una naturalezza ed un metodo compositivo estremamente rinfrescante. Da lì mi son detto, “Ma se tutte le automazioni di cutoff del filtro, di rate degli LFO, di sweep di white noise, li facessi non sul computer ma sul modulare?”.
Il modulare lo vedo come un Logic limitato, ed essendo limitato estremamente più creativo e immediato. Con le wavetables infinite di Serum sono senza bussola, mentre con una dente di sega e una quadra nel modulare sono il bambino più felice e libero del mondo.
Per un po’ ipotizzavo un passaggio intermedio ad esempio con un Mother-32, ma onestamente trovo i semimodulari più complicati di quanto dovrebbero essere. Con un cavo per funzione invece, nonostante possa sembrare controintuivo, mi è tutto chiaro e limpido.

S.C.: Parliamo dei tuo moduli e del tuo setup in generale. Parlando, mi hai detto di aver fatto una scelta molto oculata: molto” in pochi moduli.


A.G.: Yep. Ci ho messo ben 3 mesi di ricerche prima di fare il mio primo acquisto, e altri 6 per il secondo. Sono di filosofia minimalista; mi sono lasciato ogni porta aperta e sono andato per l’ottimizzazione degli spazi: doppio VCO, quadruplo VCA, e via dicendo. Innanzitutto per un risparmio, che non fa mai male. Ma anche e sopratutto perché c’è un preciso piano di studio per il mio setup, e so che avrò bisogno di questo. Non un modulo di più, non uno di meno. Il Klavis Twin Waves ad esempio per ora svolge tutte le generazioni sonore, ma è stato preso con l’ottica di declinarlo poi a generatore di LFO lasciando il posto a VCO più particolari.
Ora come ora ho semplicemente ricreato due voci monofoniche in sintesi sottrattiva, che per il mio gusto compositivo sono più che sufficienti. Chiaramente l’occhio, e il cuore, va spesso a farsi salire la GAS con wavefolder, complex VCO, granulatori e quant’altro, ma di solito so resistere alla tentazione. Sono semplicemente acquisti che non sfrutterei, e che starebbero meglio in altre mani.
Ammetto comunque di essere schiavo della moda e di essermi buttato nel modulare anche per fascino. Eppure, nel mio piccolo, sono consapevole che di essere sempre io a piegare la macchina, e non viceversa; altrimenti sarei un audiofilo, non un musicista.

S.C.: Vedo che hai mantenuto un’impostazione piuttosto classica. Poi di dirò, sarò di parte ma io il filtro Sem lo adoro;)

A.G.: La prima volta che ho sentito uno sweep risonante di un SEM mi sono venute le ginocchia molli. Per anni, complici i plugin digitali, sono stati assuefatto da filtri pseudo-moog a 24 dB per ottava, morbidi e vellutati ma alla lunga anonimi e ripetitivi. Quando ho scoperto il SEM, ma anche i vari Polivoks e WASP, mi si è aperto un mondo. Finalmente intuivo cosa si intendesse per “carattere” di un filtro, che fino ad allora mi erano parsi tutti uguali.
Ti dirò inoltre che trovo i 12 dB ad ottava estremamente molto più musicali e suonabili. La mia musica si basa molto sul vedo non vedo dato dai filtri passa basso, e lavorare su questa pendenza mi lascia svelare le note con molta più facilità e naturalezza.
Al di là del SEM non c’è granché, per ora. Inviluppi e vca Intellijel, un secondo filtro Mutable Instruments in stile Roland, e un piccolo ma micidiale Pico DSP come multieffetto. Certe volte mi chiedo se non sia un limite mio, quello di non ricercare suoni più profondi e complicati. Ma d’altro canto sono pienamente convinto che c’è ancora un’infinità di musica ancora da scrivere per una semplice dente di sega con delay, e per ora mi basta.

S.C.: Ultimamente va molto il creare brani “melodici” con il modulare. Mi sa che Cortini ti ha ispirato parecchio.

A.G.: Cortini lo odiano in tanti. Forse c’è una nota di invidia in questo astio, perché la sua musica è di una semplicità disarmante. E la musica semplice viene sempre vista come altezzosa e supponente. Eppure semplice non vuol dire facile, anzi. La musica sta tanto nelle note che si scrivono che in quelle che restano nel silenzio, inespresse. Steve Reich riesce a far piangere con una battuta ripetuta per decine di minuti, eppure nessuno si sognerebbe di dire che il minimalismo classico sia semplice, nonostante il nome lasci trarre in inganno.
Ma il discorso va al di là di questo. Tutto quest’odio, questo rifiuto verso generi e artisti distanti dal nostro gusto, proprio non lo capisco. Anzi, lo capisco e un po’ lo disprezzo, non me ne si voglia.
Bisogna sempre ricordarsi che se una canzone, od una qualsiasi opera d’arte, può far emozionare anche solo una singola persona e noi no, significa che nel nostro arsenale di linguaggio e analisi psicoacustica ed emotiva ci manca un qualche tipo di strumento posseduto dalla prima persona. E allora se un’opera non ci piace è una mancanza dell’opera, o piuttosto è una mancanza, un limite  nostro?

Dicevamo. Cortini. Di nuovo, torniamo al mio rapporto dannato con le DAW. Millemila sintetizzatori, plugin, effetti, wavetables, e chi più ne ha più ne metta. Poi trovo Cortini, e con un’armonia quasi infantile a due voci e un tocco di distorsione mi lacera il cuore lasciandomi senza difese emotive. Attenzione però, perché in Cortini la timbrica vale tanto quanto l’armonia. Chiaramente, nell’ottica della musica per modulare canonica, la scuola di Cortini al confronto sembra una sviolinata settecentesca. Ma è un errore pensare che sia un’artista melodico; brani come Everything Ends here, senza un timbro elettro-distorto, non funzionerebbero.
Il mio primo tatuaggio della mia vita sono state le quattro forme d’onda sottrattive. Credo fermamente, ma non sono certamente l’unico a dirlo, che il timbro faccia parte della musica tanto quanto melodia, armonia e ritmo. Si cambi uno qualsiasi di questi quattro elementi, e il pezzo cambierà totalmente natura.

E’ questo quello che voglio comunicare e che sto pian piano esplorando, ovvero la semplicità titanica che si riesce ad ottenere quando tutti e quattro gli elementi sono coerentemente in armonia. Ed è per questo che, passo dopo passo, tolgo sempre di più dalle mie composizioni dal punto di vista del song-writing.
Penso che il mondo “bleep-bloop” sia affascinante, ricco e più profondo di quanto sembri all’apparenza. Ma a mio avviso è fuori armonia: il lato timbrico occupa troppo spazio rispetto agli altri tre. Ecco quindi che resta una nicchia e come tale resterà sempre. Molto, per pochi, quando dovrebbe essere il contrario.

S.C.: Nel mondo dei modulari è facile impressionare, cercando di creare suoni insoliti e ritmiche molto complesse. Se il limite non è la macchina, il limite siamo noi. Mi spiego meglio: c’è un punto dove bisogna fermarsi? Il rischio di farsi inghiottire dalla macchina è sempre alto.

A.G.: Secondo me è una semplice questione di identità. Su Synth Cafè, ad esempio, c’è una grossa fetta di popolazione di audiofili mascherati da musicisti. Il che non è affatto una pecca, anzi. Semplicemente, e qui lo dico anche in virtù dei periodi poco belli della mia vita, bisogna sapere chi si è. Una persona coerente con i suoi ideali e con il suo sentire gode della sua semplice esistenza, senza invidie e paure. La GAS la ritengo un sintomo di una situazione psicologia non del tutto sana. Almeno, per me è così; quando sto male, quando non sono del tutto centrato su me stesso, sento il bisogno irrefrenabile di acquisti spasmodici. Sapessi i lunedì mattina passati al lavoro sognando un Rev 2 (Dave Smith Instruments Ndr). Ma so che questo non sono io. Non voglio che sia lo strumento a suonare me, voglio che sia il contrario. Altri la penseranno in maniera opposta, e va benissimo che sia così, purché vi sia verità di identità personale in quelle parole.

Per rispondere alla domanda. Bisognerebbe fermarsi? No in senso musicale, e sì in senso consumistico. C’è chi riesce a creare sinfonie con un Monologue sovrainciso, e chi che con uno studio tappezzato di strumenti butta fuori un 4/4 in Do. E attenzione, perché io rientro più nella seconda categoria che nella prima; in camera ho un piano verticale che non tocco mai, per dire.
In ogni strumento c’è un potenziale pressoché infinito di espressione. Quello che vorrei che passasse è semplicemente questo: quando ci apprestiamo ad effettuare l’ennesimo acquisto musicale, siamo disposti a sacrificare tutta la potenzialità inespressa dello strumento che stiamo andando a rimpiazzare? Abbiamo una precisa composizione che ha bisogno di tal strumento, o siamo solo schiavi-clienti?

(Un grazie ad Alberto Gusi)

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