Synth Cafè intervista: Drew (Andrea Cappetta)

DREW aka Andrea Cappetta

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Drew – Andrea Cappetta

 

S.C.: Ciao Andrea, ti conosciamo sia come musicista, sia come costruttore di strumenti elettroacustici molto particolari.

A.C.: Sì, ormai sono passai quasi tre anni dal lancio di T r i l o b i t, era l’estate 2015 se non sbaglio. È un’esperienza che mi stimola e arricchisce ogni giorno, anche a livello compositivo. Chissà dove mi sta portando. Ogni giorno un’idea nuova che vorrei sviluppare, se solo il tempo non fosse tiranno!

S.C.: Parliamo in particolare degli strumenti che costruisci: quando è nata la voglia di costruire strumenti per te? Ti sei ispirato a qualcuno/qualcosa in particolare?

A.C.: Diciamo che fin da ragazzino ero una mente vivace: crescendo il punto fermo restò sempre la musica, ma negli anni cominciai ad accostare a questa passione un vivo interesse per il design, il lavoro manuale e l’architettura di geni come Frank Lloyd Wright, Le Corbusier e Kenzo Tange. Continuo a dirlo in tutta serenità: sono un architetto mancato, ma forse è così che doveva andare. Inoltre, sono un grande appassionato di fantascienza: il mio immaginario si è nutrito della fantasia di scrittori come Ray Bradbury e Philip K. Dick, di registi come Ridley Scott, George Lucas e Steven Spielberg, di fumettisti come Tsutomu Nihei, Leiji Matsumoto e Hayao Miyazaki. Probabilmente l’esperienza di Trilobit scaturisce da qui: non è altro che il punto di incontro di diverse sfaccettature della mia persona, oltre che della mia formazione. Così da appassionato di sintesi sonora, ora mi trovo a sperimentare, progettare e costruire a mano “strumenti musicali” sperimentali sotto lo pseudonimo di T r i l o b i t. Nel mio laboratorio prendono vita artefatti bizzarri e primitivi, dal design industriale e lo spirito steampunk: il doppio monocorda “Eva”, la kalimba postmoderna “Relitto”, i primi prototipi “Monolito” e “Gondwana”, il synth lunare Lo-fi “Embryo”, l’ibrido “Deliquio” e tanti altri. Tra questi il più utilizzato nelle mie produzioni è “Eva”, un cordofono basato su un sistema a doppia corda, una di piano elettrico (in passato ho avuto modo di recuperare varie componenti da uno Yamaha CP70 dismesso) e l’altra di chitarra, intervallate da una coppia di molle a trazione. Il risultato del mio esperimento è uno strumento a percussione versatile e dal timbro scuro, la cui struttura ibrida, a metà strada tra spring reverb e cordofono, consente di ottenere suoni grezzi e selvaggi già riverberati naturalmente. Da cosa deriva la scelta dei nomi delle mie creazioni? Dalla loro natura semplice. Tutti i mei strumenti sono riuniti sotto la firma “Trilobit”, che è una sorta di marchio e al tempo stesso una dichiarazione di poetica. Il nome scelto per il progetto, infatti, nasce dall’unione di due termini: Trilobite, che nella sua primitività biologica è stato un precursore dei primi esseri viventi complessi a comparire sulla Terra, e Bit, unità minima di informazione. Una mia fantasia? Poter vedere una band di scimmie suonare i miei prototipi, ovviamente dopo averli costruiti in un mio workshop!

 

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S.C.: Noto, oltre alla fantasia che hai per costruirli, una raffinata ricerca sui materiali.

A.C.: Come ti dicevo, sono un appassionato di architettura, fantascienza e design, per cui i Trilobit, ancor prima di esser creature sonore, rappresentano molto altro per me. I materiali utilizzati, che siano recuperati o scelti accuratamente presso negozi specializzati, sono fondamentali per la riuscita del progetto: i miei sono non-strumenti, istallazioni per produrre musica e rumore, suoni specifici o forse non-rumore. La loro natura è molto rudimentale, potrebbero esser assemblati anche da un bambino, con le giuste accortezze. Sono tutti costruiti intorno ad uno o più microfoni a contatto. Prediligo materiali come l’acciaio inossidabile e il legno proprio per restituire ai vari modelli una forza visiva, oltre che sonora, ma all’occorrenza faccio uso anche di MDF, per la sua resistenza, il suo aspetto grezzo e la sua facile lavorazione.

S.C.: Non hai mai pensato di venderli? Ce li fai vedere, ma non toccare! 🙂

A.C.: In Italia e dall’estero, soprattutto tramite i social, mi arrivano molte richieste da parte di curiosi, designer e musicisti. In molti, soprattutto gli amici, mi chiedono di avviare una commercializzazione dei miei progetti: per ora non accadrà, per motivi di diversa natura, ma soprattutto perché ho bisogno di sperimentare, fare arte e ricerca disinteressata, svincolata dal mero tornaconto materiale. Trilobit nasce per divertirmi, per trovare soluzioni adatte alle esigenze delle mie produzioni musicali e per il mio instancabile bisogno di mettermi in discussione e non prendermi troppo sul serio. Soprattutto, mi affascina l’idea di poter riuscire a comporre e creare live performance complesse partendo da parti di oggetti molto semplici, unità minime di artefatti recuperati chissà dove: molle, motorini, corde, lamierati, sinusoidi, scatole metalliche, tubolari, ferraglie. Ritengo che l’elettronica sia un genere di ordine superiore, che permette la massima espressione dell’umana intuizione e creatività, al pari della musica classica. I continui progressi dell’analogico e del digitale hanno reso la vita del compositore e dell’ascoltatore un’esperienza senza precedenti, eppure, nonostante i progressi tecnici e le innovazioni continue, in ogni uomo rimane vivo il bisogno e il desiderio di ritrovare se stesso nel contatto con le cose, con la natura, con le sue origini: io amo farlo facendo trekking o ritirandomi nel mio laboratorio, spesso a cielo aperto. I miei esperimenti nascono da questa semplice riflessione e dalla ricerca di semplicità. Possiamo creare musica dal nulla, semplicemente interagendo con l’ambiente esterno: sta a noi scegliere se dare un ordine umano o lasciare al caso il risultato di questa interazione. Non ci sono regole.

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S.C.: Da qualche tempo ti conosciamo anche per il duo di cui fai parte: i Caduta Inversa. Com’è nato questo progetto? Hai abbandonato “Drew” il tuo progetto solista o riesci a mantenere entrambi i progetti?

A.C.: Abbandonare Drew? Come potrei mai? Anche se ci provassi, non credo che riuscirei a separarmi da lui! Drew rappresenta la mia carriera solista, quella a cui tengo di più, che più mi appartiene e mi affascina: Intorno a Drew è raccolto il mio immaginario e sotto questo nome d’arte pubblico tutti i lavori strumentali, brani di più ampio respiro per complessità e ricercatezza, cosa che non potrei fare con Caduta Inversa, perché quest’ultimo è un progetto di diversa natura. Caduta Inversa, infatti, rappresenta uno spazio in cui posso esprimermi in modo più diretto ed è un’avventura musicale su cui potrei scrivere e girare un’intera saga. È un progetto mutevole, che affonda le radici nel periodo universitario, quello in cui conobbi l’attuale cantante, col quale però mi persi di vista per diversi anni. Tra la nascita del progetto e l’uscita dei lavori più recenti sono state tante le situazioni critiche che hanno messo a dura prova la band, diverse le collaborazioni, alcuni cambi di formazione, ma poi alla fine tutto è andato per il meglio: il progetto ha all’attivo due album, il primo è “Essere” (inciso con la partecipazione della precedente cantante) e l’altro è “Particolari Preziosi”, in fase di pubblicizzazione ora che il nucleo originario dei Caduta Inversa si è di nuovo ritrovato. Siamo cambiati, spero in meglio. Il mood è rimasto lo stesso di un tempo: volevo dar vita ad un duo, seguendo l’esempio di band come i Pet Shop Boys, scrivere canzoni senza troppi fronzoli, senza la pretesa di dover piacere a tutti, partendo da testi in italiano e musica ben vestita. Con onestà intellettuale e semplicità di intenti abbiamo dato un taglio molto personale a canzoni che entrano a far parte del panorama del synth pop romano. Non so quali forme e dimensioni sia ancora chiamato ad assumere il progetto nel futuro, però rimane costante nella sua identità la filosofia che mi ha guidato nella scelta del nome della band: nella logica della caduta inversa, nella frenesia e meraviglia delle nostre vite tutto si mescola e diventa nuovo tra tensione e distensione, tra salita-discesa-risalita, tra fine e inizio. La nostra condizione umana è fragile, ma sempre culla di seconde possibilità e di punti di vista riflessi. Vorrei mantenere sempre vivo il desiderio di riavvolgere il tempo qualche volta, di trasformare le ragioni e i rancori, di anticipare le mosse della mia vita ordinaria, con la consapevolezza che un giorno sarò ripagato per questo. Quella che ad uno sguardo disattento potrebbe sembrare una caduta rovinosa, in realtà è solo un’ascesa vista al contrario.

S.C.: Ho visto alcuni tuoi video dove compaiono dei sintetizzatori un po’ particolari, che sinceramente non conoscevo prima. Quali sono? sapresti motivarmi il perché di questa scelta?

A.C.: La mia formazione classica mi ricorda sempre che prima di tutto sono un pianista. Tuttavia, ammetto che ho un debole per i sintetizzatori vecchio stile. Sono un nostalgico, un “romantico”, amo le macchine pronte all’uso, che non mi obbligano a perder tempo a pensare troppo e suonare poco. Synth e Drum machine semplici e intuitivi sono i miei preferiti. Pertanto, quando scrivo musica e devo scegliere quali strumenti utilizzare, preferisco lavorare con hardware ben strutturati o app di musica generativa per ipad, perché rispecchiano di più il mio modo di pensare la musica. Non ho grande curiosità e interesse verso i controller labirintici e i software musicali troppo artificiosi, fatta eccezione per Propellerheads Reason, che riconosco come un capolavoro assoluto e nel quale investo volentieri il mio tempo a programmare orchestrazioni o creare complesse architetture musicali: bisogna riconoscere che la computer music ha il pregio di restituire all’utente controllo massimo e visione d’insieme senza paragoni di quello che si produce. Inoltre, devo ammettere che con estrema curiosità viaggio in rete alla ricerca di rarità o prototipi artigianali: ciò mi consente spesso di commissionare strumenti che rispecchiano le mie esigenze, di suggerire e ricevere consigli o addirittura di vedere sodalizi con costruttori trasformarsi in vere e proprie amicizie. Il mio hardware preferito? Diversi prodigi visitano spesso i miei sogni: GRP A4, Hornet synth, Buchla Music Easel e Yamaha CP80 Electric Grand Piano.

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S.C.: Parlami del tuo approccio compositivo

A.C.: Mi sono avvicinato alla musica all’età di sette anni, quando i miei genitori, spinti dal mio insistente desiderio di imparare a suonare, mi iscrissero ad una scuola di musica. Per dieci anni ho studiato piano classico, con non poco impegno e soddisfazione.  Ero un bambino tranquillo, curioso e vivendo in periferia avevo la fortuna di godere degli stimoli della città e della vita in campagna: queste condizioni hanno sicuramente favorito la mia creatività. Adoravo suonare il pianoforte, ma il solo studio accademico mi stava stretto, per cui negli anni cominciai a sentire il bisogno di esprimermi personalmente attraverso la scrittura, componendo le prime partiture che, negli anni a seguire, portarono allo sviluppo di “Piano Lesson”, un’opera per piano classico. Intorno ai quindici anni entrai per la prima volta in una band come tastierista e ciò fu un’occasione per dedicarmi alla scrittura cantautorale e misurarmi con le dinamiche interne ai gruppi musicali, tra concerti nei locali romani e festival dedicati alle band emergenti: fu un’esperienza che mi arricchì e cambiò per sempre. Durante gli ultimi anni del liceo mi avvicinai all’elettronica e nacque il progetto Caduta Inversa, una band che conciliava la scrittura pop con le mie influenze elettroniche: per diversi anni il progetto coinvolse vari musicisti che, seppur senza volerlo, entrando e uscendo dal progetto lasciarono comunque una traccia nella mia esperienza artistica. Gli anni universitari furono un periodo creativamente molto fervido: riconobbi la mia strada come solista e sviluppai un linguaggio elettronico del tutto personale, producendo musica per diversi ambiti di applicazione: band, cantanti solisti, brevi e lungometraggi, videogiochi e canali Rai. Trilobit rappresenta solo una delle mie identità, probabilmente quella più ancestrale. L’altra risiede nell’elettronica. Ai curiosi che mi chiedono di inquadrare la mia produzione da solista all’interno di un genere o filone preciso non ho mai saputo rispondere in maniera diversa: produco musica elettronica. La difficoltà è sempre stata accostare a questo termine un secondo che meglio precisasse il primo, soprattutto quando si parla con chi ha grande confusione sul reale significato della parola “elettronica” e soprattutto scarsa conoscenza del genere, visto che al suo interno, a mio parere, è possibile riconoscere diversi tipi di linguaggio. Per cui, mi piace pensare che la caratteristica principale delle mie musiche sia il fatto di avvicinarsi ad un orizzonte di non databilità, tipico di artisti come gli Air, il primo Vangelis di “Themes” o di alcuni capolavori del primo Brian Eno: musiche senza tempo per umani degradabili. Oltre agli artisti citati riconduco le mie influenze principali a Genesis, J. S. Bach, Pet Shop Boys e Franco Battiato. Nonostante ciò, la mia band preferita sono i Keane.

S.C.: Cosa ne pensi della scena elettronica italiana? Cosa ti piace e cosa non?

A.C.: Trovo che la scena elettronica italiana potrebbe esser più viva e rappresentata, come sicuramente si può dire di molti altri genere musicali. C’è molta creatività nel nostro paese, soprattutto tra gli emergenti. Basta viaggiare un po’ in rete per scoprirlo: soprattutto se ragioniamo in termini di “nicchia”, c’è tanto da conoscere sui social e negli eventi che si organizzano nelle città. E non solo lì. Accade che nelle sale prove, nei festival, negli studi di registrazione e persino nei negozi di strumenti musicali si incontrino le persone giuste o si conoscano artisti di spessore che hanno scelto di dedicarsi all’elettronica. Credo che come genere andrebbe valorizzato: la mia impressione è che l’attenzione verso l’elettronica sia soprattutto commerciale, piuttosto che culturale. L’elettronica è un “linguaggio” musicale che si presta molto ad applicazioni audiovisive, pertanto è sempre più diffuso in teatro, nel cinema e nei musei: tuttavia, trovo che per buona parte delle persone questa musica sia ancora fruita in modo spesso inconsapevole. La cultura elettronica, in realtà, esisterebbe già da decenni. Sarebbe bello ed utile che nel nostro paese, come avvenuto per la tradizione cantautorale, scoppiasse la rivoluzione elettronica. Credo che i tempi sono maturi. Ormai l’elettronica ha superato la dimensione della “nicchia”, contaminando un po’ tutti i generi musicali e uscendo dai canali prettamente accademici. Sono fiducioso. Vedremo cosa accadrà nei prossimi anni.

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S.C.: Sei molto presente sui social, che idea ti sei fatto di questi?

A.C.: Partendo dal presupposto che quando qualcosa è gratuito lo è in virtù del fatto che l’utente stesso diventa merce di scambio, personalmente uso i social soltanto per pubblicare contenuti inerenti alla mia attività musicale. Credo che ormai l’internet di cui parlavamo dieci anni fa sia morto. Oggi i social sono il più grande motore di pubblicizzazione per band, solisti, maker, aziende e artisti in generale. Devo ammettere che tramite i social ho avuto modo di conoscere artisti con cui poi ho mantenuto contatti per anni e condiviso collaborazioni artistiche. Per cui, se usati con moderazione e con il giusto spirito, possono rivelarsi molto utili in termini di visibilità e conoscenza. Non offrono garanzia di successo, né pubblico assicurato, ma sono pur sempre una piattaforma molto versatile per le esigenze degli artisti. Bisogna solo ricordarsi di essere fatti di carne ed ossa e che i social non ci potranno mai restituire il tempo che trascorriamo su di essi.

(Un grazie ad Andrea Cappetta)

PRODUZIONI DISCOGRAFICHE PRINCIPALI

2011, Soundscapes 1, Ed. Rai Trade;

2011, Music for Mooncat (videogame), Drew;

2012, Soundscapes 2, Ed. Rai Trade;

2014, Essere, Caduta Inversa;

2014-2016, Sculptures 1, Drew;

2016-2018, Sculptures 2, Drew;

2017, Seven, Radical Flow;

2018, Particolari Preziosi, Caduta Inversa;

2018, A postcard from Betelgeuse, Drew.

PRODUZIONI DISCOGRAFICHE IN FASE DI INCISIONE

2019, Piano Lessons, Drew

2019, Human tape, Drew

LINK DI RIFERIMENTO

BANDCAMP

https://drew-trilobit.bandcamp.com

https://cadutainversaofficial.bandcamp.com

INSTAGRAM

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YOUTUBE

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